🕓 Tempo di lettura: 6 minuti
Il 2025 si sta rivelando un anno complesso per il mondo del vino.
Difficoltà economiche, instabilità internazionale, inflazione galoppante e – come se non bastasse – l’ombra di nuovi dazi dagli Stati Uniti: un mix che mette alla prova la tenuta di tutta la filiera vitivinicola.
Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa solo a fattori esterni. La verità è che, in parte, questa crisi ce la siamo costruita anche da soli.
Uno scenario globale poco amico
Dopo anni di crescita post-pandemia, il 2025 ha segnato un rallentamento improvviso. L’inflazione mantiene sotto pressione il potere d’acquisto, e molti consumatori considerano il vino nuovamente un lusso. In parallelo, i dazi imposti dagli USA (fino al 30%) mettono in difficoltà i produttori che contavano sull’export.
Prezzi in salita, vendite in discesa
Tra aumenti nei costi di produzione, trasporti e logistica, molte cantine sono state costrette a ritoccare i listini. Non tutte, però: in numerose regioni, anche grandi case non hanno aumentato i prezzi, scegliendo di tutelare il consumatore finale e incentivare le vendite in un mercato fragile.
Nel mentre, la grande distribuzione ha enfatizzato la standardizzazione e le battaglie di prezzo, mentre il mondo della ristorazione – settore HoReCa – continua spesso ad applicare ricarichi sproporzionati. Bottiglie vendute al doppio o triplo del prezzo di scaffale scoraggiano il consumo, irrigidiscono l’esperienza del cliente e finiscono per trasformare il vino in un ostacolo invece che in un piacere.
In un momento economico delicato, questa strategia è miope e controproducente.
Un settore che fatica a rinnovarsi
In generale, il comparto vinicolo ha puntato molto su storytelling stanco e autoreferenziale – “vigneti baciati dal sole”, “passione di famiglia” – trascurando chiarezza, linguaggio contemporaneo e il bisogno di trasparenza dei consumatori più giovani.
La sostenibilità spesso si è fermata agli slogan, mentre l’accesso al vino – per prezzo, modalità e comunicazione – è diventato più complicato invece che più semplice.
Il risultato? Un settore che comunica a se stesso, ma non parla più a chi dovrebbe ascoltarlo.
Una caccia alle streghe (e ai calici)
C'è un altro fattore di crisi, meno economico ma altrettanto determinante: la percezione sociale del vino.
Negli ultimi anni, in Europa e non solo, si è fatta largo una retorica punitiva, spesso indiscriminata, che ha trasformato il vino da simbolo culturale a potenziale minaccia per la salute pubblica.
Campagne generaliste contro l’alcol, etichette dissuasive, paragoni forzati con sostanze nocive: una vera e propria caccia alle streghe, che colpisce anche chi consuma con moderazione e consapevolezza.
Il risultato? Una generazione – la Gen Z – cresce lontana dal vino.
Non solo per motivi economici, ma anche perché scoraggiata da modelli comunicativi distorti, incapaci di raccontare il vino come parte sana e viva della nostra cultura. Da un lato eccessi ostentati, dall’altro silenzi colpevoli. E quando perdi il racconto, perdi anche il pubblico.
Il vino ha un problema d’identità
Per decenni abbiamo difeso il vino come simbolo di civiltà. Ma nel frattempo, lo abbiamo reso più difficile da capire, più costoso da acquistare, più scomodo da raccontare.
E in un’Europa sempre più restrittiva – tra burocrazia asfissiante e norme sanitarie senza distinzioni – il rischio è che il vino venga percepito come un problema da contenere, più che una cultura da proteggere.
Crisi sì, ma anche un nuovo inizio
Questa crisi può diventare una leva per cambiare. Per alleggerire la comunicazione, semplificare l’esperienza d’acquisto, accorciare le distanze tra chi produce e chi beve.
E per tornare a parlare del vino per quello che è: un prodotto agricolo, umano, imperfetto, ma profondamente vero.
In conclusione
Sì: il vino è in crisi. Ma non è condannato. Serve uno scatto di maturità collettivo: meno retorica, più concretezza. Meno esclusività, più inclusione. Meno paura di cambiare, più voglia di evolvere.
Perché non sempre una crisi è un punto di arrivo. A volte è proprio il punto da cui si riparte.
Se sapremo analizzare i problemi, comprenderli a fondo e – soprattutto – fare autocritica, allora potremo ricostruire un rapporto sano tra vino, cultura e pubblico.
Un rapporto più autentico, più accessibile e più duraturo.